Non l’ha detto un filosofo. L’ha scritto una studentessa di 17 anni, venerdì mattina, durante il primo laboratorio del progetto RIFLESSI all’IISS Carlo Urbani.
Non le avevamo chiesto di parlare di bullismo. Le avevamo dato tre parole — brace, vetro, labirinto — e chiesto di collegarle a qualcosa che la riguardasse. Ha scelto «coraggio». E ha immaginato sé stessa che cerca un’uscita. Ma le pareti del labirinto non erano muri. Erano persone. Persone che guardano e non fanno niente.
Cos’è RIFLESSI
RIFLESSI è un progetto di prevenzione e contrasto al bullismo e al cyberbullismo realizzato con il Metodo Immafora presso l’IISS Carlo Urbani, rivolto a studenti tra i 16 e i 19 anni. Non è una lezione frontale. Non è un decalogo di regole. È un laboratorio in cui i ragazzi scoprono qualcosa che non si aspettano — partendo dalle loro stesse parole.
Cosa è successo in classe
Siamo entrati con un questionario e una regola: rispondete di getto, non esistono risposte sbagliate.
Dodici domande. Nessuna parla esplicitamente di bullismo. Chiedono: se la violenza fosse un suono, quale sarebbe? Se il coraggio fosse un materiale che puoi toccare? Guardati le mani: cosa possono fare di buono? Cosa di cattivo? Sono la stessa mano?
Le prime risposte sono state prudenti. Gentilezza. Rispetto. Amicizia. Coraggio. Paura. Parole grandi. Troppo grandi. Concetti-contenitore dove ci metti dentro tutto e non tieni niente.
Allora abbiamo chiesto: e se fosse un oggetto che puoi tenere in mano, cos’è?
E le risposte sono cambiate. La paura è diventata un nodo allo stomaco. Il coraggio è diventato un muro, qualcosa che sovrasta. L’indifferenza è diventata un labirinto di corpi che ti voltano le spalle.
La scoperta: non sono opposti
Il momento più potente del laboratorio arriva alla fine. Mostriamo ai ragazzi quello che tutti pensiamo: da una parte il bullo, dall’altra la vittima. Due opposti.
Poi chiediamo: di cosa ha paura chi fa il bullo?
Silenzio. Poi qualcuno azzarda: «Di essere debole.» E la vittima? «Di non essere vista.»
La stessa paura. Vista da angoli diversi.
Non sono opposti. Sono specchi. Il chiasmo — il ribaltamento al cuore del Metodo Immafora — rivela che bullo e vittima condividono la stessa fragilità. E che il vero problema non è il pugno: è il silenzio di chi è lì e non fa niente. Le pareti del labirinto.
Cosa abbiamo imparato
Due cose che i ragazzi ci hanno insegnato.
Prima: i concetti astratti vanno tradotti in materia. «Amicizia» non dice niente. «Una felpa prestata» dice tutto. Quando spingi un ragazzo a scendere dall’etichetta all’oggetto, produce immagini che nessun adulto avrebbe immaginato.
Seconda: la contraddizione è il materiale più fertile. Due frasi che si contraddicono ma sono entrambe vere — «chi colpisce è forte» e «chi colpisce ha paura» — lì dentro c’è il seme del cambiamento. Non serve risolvere la contraddizione. Serve abitarla.
Il silenzio colpisce più di un pugno
Il progetto RIFLESSI continua. I prossimi laboratori porteranno i ragazzi più in profondità, dalla parola al gesto, dal gesto alla scena.
Ma una cosa è già chiara: il bullismo più invisibile non è quello che lascia lividi. È quello fatto di silenzi, di spalle voltate, di sguardi che si abbassano. Il labirinto non ha pareti di cemento. Ha pareti di persone.
Il silenzio colpisce più di un pugno. Una voce cambia tutto.
RIFLESSI è un progetto di prevenzione e contrasto al bullismo e cyberbullismo realizzato da Immafora Studio con il Metodo Immafora presso l’IISS Carlo Urbani. Per portare il laboratorio nella tua scuola: immaforastudio@gmail.com